martedì 25 giugno 2013

Rai e Religioni

Rai e  Religioni

25/06/2013

Correva l’anno 1973, giovedì 4 gennaio. Per la prima volta nella storia della televisione italiana (e con quasi vent’anni di ritardo rispetto all’inizio della trasmissioni regolari (1954) comparivano due trasmissioni, di 15 minuti ciascuna, dedicate alle due minoranze religiose storicamente presenti nel paese: ebrei e protestanti. Rileggendo a distanza la storia, tre fatti contribuirono a questo “successo”. Il primo fu la nascita, nel 1967, della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei) la quale, dotandosi di un Servizio stampa, radio e televisione, cominciò subito ad incalzare la Rai, lamentando l’assenza totale di pluralismo religioso in televisione scrive Articolo 21.

Colloqui, promesse, assicurazioni, passarono così cinque anni. Il secondo fu il nuovo clima ecumenico inaugurato da papa Giovanni XXIII. Il terzo fu l’imminenza (si fa per dire, siamo pur sempre in Italia) di una legge di riforma della televisione, che fu poi varata nel 1975, ma sulla quale si discuteva da anni. Il direttore generale della Rai del tempo, Bernabei, prevedendo e prevenendo la possibilità che la nuova legge obbligasse la Rai ad aprirsi ad un autentico pluralismo, giocò d’anticipo, in un momento in cui poteva ancora modellare un pluralismo prudente, anzi prudentissimo: le due trasmissioni dedicate alle minoranze furono collocate nel deserto televisivo, cioè sul secondo canale. 15 minuti ciascuna, una dopo l’altra, dalle ore 18 alle 18,30.

Per i primi tre anni, negli archivi di cineteca della Rai le puntate di “Sorgente di vita” e di “Protestantesimo” furono archiviate come rubriche “a-cattoliche”. Il 31 ottobre del 1976 le rubriche da settimanali diventarono quindicinali, furono spostate in terza serata, che allora voleva dire alle 22,30, con una durata di 30 minuti ciascuna.

Inoltre dal 1992, alla programmazione quindicinale della rubrica “Protestantesimo” sono stati aggiunti 4 culti evangelici: Natale, Pasqua, Pentecoste e Riforma, trasmessi in eurovisione.

Allo stato attuale l’informazione religiosa nella Rai è ancora a monopolio cattolico, e le due rubriche “Protestantesimo” e “Sorgente di vita” sono a ben vedere privilegiate rispetto alle altre religioni, dunque rispetto a quel fattore “R” (ossia la presenza religiosa nel nostro paese) che spesso non ottiene nemmeno visibilità all’interno dei Tg o di altri programmi in palinsesto: Buddisti, Induisti, Baha’i, musulmani o i cristiani appartenenti alle Comunità di base o i Testimoni di Geova, ad esempio e tanti altri ancora.

Le altre chiese evangeliche cristiane aderenti alla Fcei sono rappresentate all’interno dal palinsesto di “Protestantesimo”. Di Islam in tv si parla, vero, ma spesso in modo fuorviante.

Da molti anni dunque il mondo delle fedi presenti nel nostro paese si interroga su quanto il pluralismo religioso sia effettivamente rappresentato, raccontato, ospitato dall’informazione generalista e dal servizio pubblico, ma altresì dai quei programmi di intrattenimento che, in qualche modo, “producono” informazione.

 Convegni, incontri e dibattiti, promossi anche nel passato da credenti e non, hanno spesso denunciato la scarsa propensione dei media italiani ad una visione plurale e attinente al contesto in cui operano.

L’Europa nasce pluralista sul piano religioso e culturale e l’Italia sta scoprendo la complessità del pluralismo confessionale e sempre più deve misurarsi con nuovi interrogativi posti dalla presenza sempre più visibile di comunità di fede diverse da quella storicamente maggioritaria.

 Il sistema dell’informazione fatica ad assumere questa dimensione, "al plurale", che il nostro paese sta attraversando e che oggi sarebbe fuorviante definire una novità; spesso l’informazione religiosa appare condizionata da un’attenzione quasi esclusiva alle istituzioni della Chiesa cattolica.

La società italiana e con essa il mondo dell’informazione devono oggi porsi di fronte a una sfida nuova.

Lo scorso anno, la rete privata RTB "Rete Brescia" che successivamente venne battezzata dai media nostrani come la "al-jazeera italiana", trasmise il primo programma televisivo in Italiano dedicato interamente all'Islam che si chiamava "ALLA LUCE". Già dalla messa in onda delle prime puntate, scaturirono  una serie infinita di polemiche e vennero a galla i pregiudizi nascosti e in buona parte indotti dai mezzi di informazione italiani;

Le proteste per la messa in onda del programma televiso dedicato all'Islam spinsero la lega nord e forza nuova ad unirsi ed  organizzare delle manifestazioni sotto gli studi televisivi dove veniva registrato il programma.
manifestanti sotto gli studi di RTB (Rete Brescia)
Questo paese è ricco di tradizioni culturali e spirituali ma è ancora necessario organizzare campagne di sensibilizzazione  perché il sistema della comunicazione di massa possa, nei fatti, assumere un criterio di pluralismo culturale e religioso, che in teoria in un sistema della comunicazione, compiutamente libero e democratico, ciò dovrebbe costituire un’ovvietà.

Tuttavia le scelte editoriali e redazionali vanno spesso in una linea del tutto opposta: quando c’è da discutere di crocifissi o di bioetica, di fondamentalismi ecc ecc .. , la prima e quasi sempre l’unica voce che viene raccolta è quella dei vertici della Chiesa cattolica.

Per i lettori e gli spettatori, l’orizzonte delle religioni si esaurisce nelle posizioni della Chiesa con la C maiuscola: sempre e solo una, sempre sottintendendo cattolica, sempre ignorando altre espressioni della tradizioni cristiane, altre chiese insomma. Raramente, per essere benevoli, la voce viene data ai musulmani, ai buddhisti, agli induisti, per citare solo alcune realtà presenti sul nostro territorio.

Quanto alle fedi, altre, l’atteggiamento non è sostanzialmente diverso: dell’islam si parla in assoluta prevalenza in funzione del fondamentalismo islamico; dell’ebraismo quasi sempre riguardo alla Shoà, all’antisemitismo o alla questione mediorientale.

Quanto alla programmazione televisiva Rai è sotto gli occhi di tutti il fatto che  solitamente le rubriche religiose sono ad “appalto esclusivo” della religione cattolica.

D’altra parte – ed è lo sbilanciamento più grave – non c’è fiction o talk show in cui la presenza cattolica non sia solidamente garantita e presentata come quella dei “cristiani” o addirittura dei “credenti”.

Per il resto un vuoto ed un silenzio che non si limitano ad attentare ad un elementare principio di pluralismo: ignorare il mondo delle fedi (plurale) per ricondurre tutto alla fede cattolica (singolare) significa perdere molte delle chiavi di comprensione del mondo di oggi.

Un sistema della comunicazione disattento al pluralismo religioso e sociale non è solo professionalmente scorretto e in contrasto con la nostra Carta Costituzionale. È anche culturalmente misero.

Lo Staff

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